Il video falso postato da Trump e il problema dei social network coi deep fake

Un fake con vittima la speaker della Camera Nancy Pelosi trova terreno fertile su Facebook. L'azienda spiega che “sa che il video è falso” ma lo lascia online. A che pro?

Uno spettro ha inseguito Hillary Clinton per tutta la campagna elettorale del 2016, quello di Bengasi. La città libica diventata agli occhi dei suoi detrattori simbolo di tutto il marcio rappresentato dalla candidata, diffondendosi sotto forma di teoria cospiratoria in grado di farsi meme. A distanza di anni Bengasi rimane un esempio di offuscamento politico perfetto: il riferimento era agli attacchi contro soldati americani avvenuti tra l’11 e il 12 settembre 2012, che costarono la vita a quattro statunitensi e di cui furono accusati Barack Obama e il suo segretario di stato Clinton.

Nessuna indagine trovò tracce di negligenza sul loro conto, ma la storia continuò a diffondersi, sospesa tra il vero e il falso.

Ecco, Benghazi è tornata in una sua variante più contemporanea, cucita su misura dei social network e i loro algoritmi. Questa volta al centro della questione c’è un’altra donna avversaria di Trump, Nancy Pelosi, speaker della Camera degli Stati Uniti e tra le persone che potrebbero mettere in moto la macchina dell’impeachment contro il presidente Trump. Da qualche mese i media si divertivano a notare quanto fosse facile per Pelosi fare deragliare Trump, spesso costringendolo a scivoloni pubblici (come quella volta che gli fece dire che lo shutdown del governo sarebbe stata un’idea sua e solo sua, come se fosse un vanto). Le cose sono cambiate la scorsa settimana, quando un filmato ha cominciato a circolare tra i circuiti della destra americana, venendo twittato dal commander-in-chief in persona. E il video, pur essendo palesemente falso, è ancora lì, su Facebook e Twitter, destinato a offuscare il nome di Pelosi nel futuro.

La clip originale mostra la speaker parlare al microfono: la versione proposta dall’amministrazione, però, è stata rallentata abbastanza da farla sembrare un po’ ubriaca.

È un effetto che avevamo già incontrato nell’esilarante spot Apple di Jeff Goldblum, modificato per farlo sembrare sbronzo, ma ecco che, nel 2019, fa tranquillamente capolino in un articolo sulla politica estera, a dimostrazione della pesante china presa dai nostri eventi.

La notizia non è che un filmato contraffatto sia stato messo online, ovviamente (non siamo così ingenui); e nemmeno, purtroppo, che un presidente come Donald Trump l’abbia subito fatta sua e legittimata, a voler essere cinici. La novità è la reazione dei social network, che negli ultimi anni, sull’onda degli svariati scandali che hanno interessato Facebook e non solo, hanno avviato programmi contro le fake news. A metà maggio Facebook ha presentato un report sulla trasparenza in cui ha beatamente confessato di aver cancellato 1,3 miliardi di account finti e di bot in sei mesi. “Questo è solo l’inizio”, ha detto Guy Rosen, che si occupa di sicurezza per l’azienda: “Le persone possono segnalare molti più tipi di contenuti”.

Poi Rudolph Giuliani, ex sindaco di New York, ora avvocato di Trump, ha scovato il video scottante di Pelosi e lo ha ritwittato, aprendo un vaso di Pandora. Da lì il video è passato dal profilo ufficiale del presidente a quello della Casa Bianca (che lo ha ritwittato) e poi su Facebook, sposandosi con le dichiarazioni di Trump su “Crazy Nancy” e la supposta follia della speaker.

Se crediamo al citato Rosen, però, basterebbe segnalarlo e la clip sparirebbe dal social network: e allora perché è ancora online, visto che YouTube ha cancellato e rimosso il contenuto? A tal riguardo Facebook ha fatto quello che fa in questi casi: spendersi in una spiegazione piuttosto contorta. Monika Bickert, che si occupa di counterterrorism per il social network, ha spiegato alla Cnn che l’azienda “sa che il video è falso” ma che lo ha lasciato online, anche se “abbiamo drasticamente ridotto la circolazione di quel contenuto”. Il motivo? “Pensiamo sia importante che le persone possano decidere a che cosa credere”.

Non è chiaro quanti fossero i piedi disponibili, ma Facebook li ha pestati tutti: quelli di chi trova inquietante quella “riduzione” della diffusione del contenuto, un po’ orwelliana, e quelli che invece hanno a cuore… la realtà.

Ma a proposito di realtà: da mesi repubblicani e la destra radicale americana denunciano un’ipotetica campagna di silenziamento politico parte di Facebook e Twitter, accusate di essere di sinistra. La campagna è arrivata fino al Senato, e interessa molto da vicino i trumpiani. Se l’azienda agisse per cancellare quella che è palesemente una vecchia bufala propagandistica aggiornata al XXI secolo, farebbe paradossalmente un piacere alla Casa Bianca, in qualche modo dimostrando le sue paranoie di censura. Ed è forse l’ultima cosa di cui Facebook ha bisogno, di questi tempi

Articolo originale su wired.it