Alt agli insulti in rete: l'A-team è multidisciplinare

di Elena Pasquini

Il Sole 24 Ore, 4 marzo 2019

Le etichette sono hate speech e fake news; le azioni minacce e commenti offensivi per un verso, notizie false per un altro. L'habitat ideale per diffondersi è il web. I casi sono all'ordine del giorno: dagli attacchi alla cantante Emma Marrone per la sua difesa dell'apertura dei porti in favore dei migranti agli insulti contro l'ex assessore provinciale di Gorizia, Ilaria Cecot, che vanno avanti dal 2014. Anche in questo caso per gli interventi in favore degli immigrati.

Le sole rettifica o denuncia per diffamazione non bastano più per ripristinare la reputazione: all'avvocato si affiancano altre figure professionali, anche per contrastare immediatamente la viralità delle informazioni e limitare i danni. L'importanza del fattore tempo e della multidirezionalità delle azioni di contrasto, se da una parte rende fondamentale l'informazione e la consapevolezza del rischio, dall'altra porta in campo ingegneria informatica, psicologia e web reputation. L'obiettivo è fermare il fenomeno, senza tralasciare la raccolta delle prove, e immettere in rete contenuti corretti mentre la vittima recupera fiducia e autostima.

Approccio integrato - "Bisogna verificare subito il luogo dove sono pubblicate le informazioni: prima inizia l'intervento, maggiori le possibilità di esiti positivi", spiega l'avvocato penalista Caterina Flick, of counsel Nunziante Magrone e docente di Diritto internazionale della società digitale presso l'Università Uninettuno.

Un approccio integrato con professionisti di cui si conoscono approfonditamente le competenze permette di costruire "caso per caso" la squadra operativa. "L'intervento di ognuno può variare sulla base degli apporti altrui. Si tratta di un lavoro sartoriale legato alla nostra reputazione, alle nostre conoscenze e alla capacità di calibrare gli interventi sulle esigenze della persona offesa", magari decidendo di non intervenire legalmente ma lavorando nelle retrovie con un'attività di litigation pr.

"L'hate speech non è un fenomeno nuovo, ma è ora facilitato dalle tecnologie digitali sia per il venir meno della fisicità della relazione sia per l'amplificazione dei messaggi attraverso i social media - spiega Isabella Corradini, psicologa sociale e criminologa, presidente e direttore scientifico del centro ricerche Themis -. Per questo l'approccio integrato è utile e imprescindibile, perché coinvolge diverse dimensioni tra cui quella legale, ingegneristica, umana e sociale".

La ricerca delle prove - La formazione resta la migliore difesa. Se non basta, l'ingegnere informatico è lo specialista con cui il legale collabora per le indagini forensi. "Per rivalersi in giudizio servono prove incontestabili", ricorda Daniele Muscarella, ingegnere informatico in Siro Consulting. Log di connessione, marche temporali, collegamenti tra firme e avatar alla persona fisica "cristallizzano" alcune informazioni utili a strutturare l'intervento a tutela del cliente, anche per la successiva strategia condivisa con la responsabile della "reputation" per trovare il delicato equilibrio tra i termini esatti da utilizzare nei luoghi adeguati.

Dopo l'analisi, parte il lavoro attorno alla persona. Servono in media dai 6 ai 12 mesi (e dai 10mila euro in su) per intervenire sui commenti lesivi pubblicati su social, articoli, forum e ricostruire un'identità digitale positiva seguendo un piano d'intervento che divide per competenze le azioni e si aggiorna costantemente.

"Non basta dire che "si ripulisce" il web - afferma la web reputation specialist e fondatrice di Siro Consulting, Simona Petrozzi. È un lavoro di ricostruzione di un'identità digitale positiva che mette in parallelo la gestione della crisi, la rimozione dei contenuti offensivi, la pubblicazione di quelli corretti nell'ottica dei motori di ricerca, lo sviluppo della resilienza e il recupero dell'autostima".

"C'è ancora molto da fare" chiosa l'avvocato Flick commentando l'ultimo report sull'attuazione del Codice di condotta della Commissione europea per il contrasto all'illecito incitamento all'odio online, cui aderiscono tra gli altri Facebook, Microsoft, Twitter e Youtube. La crescita di rapide valutazioni (l'89% entro 24 ore) e rimozioni dalla rete (72% dei contenuti segnalati) non è che un punto di partenza per "definire meglio cosa rientri nello hate speech e colmare l'inevitabile asimmetria tra chi segnala e la piattaforma che, per ora, mantiene una grande discrezionalità nel valutare cosa rimuovere".